Presentato lo scorso settembre a Venezia 72, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, Anomalisa è stato il primo lungometraggio d’animazione vietato ai minori a ottenere una nomination all’Oscar. E’ anche il primo film girato in stop motion – a quattro mani con lo specialista Duke Johnson – da Charlie Kaufman, che riprende il discorso sulla difficoltà relazionale dell’individuo in una società omologante, già affrontato nelle sue opere precedenti, ponendo ancora una volta al centro della vicenda un personaggio sociopatico.

Michael è uno speaker motivazionale arido e nevrotico, sposato e con figli, che coltiva pigramente relazioni occasionali. Nessuna donna lo colpisce particolarmente, prima di conoscere Lisa, una commessa timida e dal volto sfigurato, venuta ad assistere a una sua conferenza: potrà lei cambiare la sua vita?

Al pari del sistema operativo Samantha in Lei, l’insicura e ben poco attraente Lisa sembra rappresentare per l’anaffettivo protagonista quella persona speciale – quell’anomalia, appunto, intesa sia sul piano fisico che psicologico – capace di fargli provare quei sentimenti che aveva dimenticato e di dargli il coraggio di ricominciare. Non a caso, è l’unica a cui Michael riconosce una voce personale, mentre tutte le altre gli risultano uguali. Kaufman e Johnson fanno loro il punto di vista del protagonista con uno straordinario lavoro sul doppiaggio, in cui tutti i personaggi, maschili e femminili, parlano con la stessa voce (quella di Tom Noonan), a parte Lisa (un’eccezionale Jennifer Jason Leigh) e lo stesso Michael (che ha l’impeccabile accento inglese di David Thewlis). La Leigh, confermando un particolare talento canoro che ha avuto modo di esibire anche in The Hateful Eight, supera sé stessa quando intona con voce flebile Girls Just Want To Have Fun di Cyndi Lauper, che assume una valenza malinconica come dichiarazione di una ragazza ormai invecchiata a cui l’età adulta non ha concesso alcun divertimento.

Altrettanto notevole la resa della stop motion in combinazione con i topoi di sceneggiatura rimescolati da Kaufman: se, da una parte, l’essenza pupazzesca dei personaggi non viene nascosta e, anzi, è rimarcata fisicamente dalla loro scomponibilità (con le giunture del volto e degli arti dei pupazzi che rimangono visibili e che causano in alcune scene il loro distacco dal resto del corpo, a sottolineare un momento d’imbarazzo o di particolare stress emotivo), dall’altra la caratterizzazione psicologica è così realistica e matura da farcelo completamente dimenticare. Ed è anzi proprio grazie alla natura di modellini dei protagonisti (dotati comunque di un’espressività fuori dal comune) che Kaufman riesce a trattare in maniera incisiva, ma senza risultare pesante, anche gli aspetti più estremi della sua poetica: basta dare un’occhiata alle scene di sesso, dettagliate e assolutamente credibili, che esprimono alla perfezione la disperata ricerca di passione di due individui diversi ma ugualmente soli. Un ulteriore tocco di coraggio di un’opera decisamente per adulti, sia per la forza delle immagini che per la profondità dei contenuti.

Davide V.Michele B.
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