E ora parliamo di Kevin racconta di un narcisismo frustrato e poi annichilito da una forma di vita parassitaria. Di un’impasse relazionale, magari. O ancora, del difficile meccanismo dell’attribuzione di senso. O forse no. Forse mostra soltanto dei corpi che raramente si incontrano e goffamente,  sullo sfondo di un mondo simmetrico. Ma qualunque lettura se ne voglia dare, questo film di Linne Ramsay, sua terza prova registica, è dotato di una potenza emotiva e visiva innegabile.

La storia, in due parole: Eva (Tilda Swinton), lascia New York e una vita da giramondo, per vivere in provincia con Franklin (John C. Reilly) e il figlio Kevin. Il legame con quest’ultimo si dimostra subito difficile e poco sentito e così continuerà ad essere fino all’adolescenza , quando il ragazzo si renderà artefice di una strage dalla quale solo la madre verrà risparmiata.

“Descrizione e narrazione: niente commento”. Per alcuni aspetti E ora parliamo di Kevin sembra seguire la linea poetica di Gus Van Sant e di Elephant, inevitabile termine di paragone. C’è l’occhio sulla realtà, complessa e irriducibile all’interpretazione, e l’intreccio tra adolescenza, vuoto e violenza. Ma il film della Ramsay ha necessità e modalità espressive del tutto diverse. Qui il ragazzo, Kevin, è elemento destabilizzatore, fonte di frustrazione e angoscia, presenza enigmatica, ma non è mai centro della scena. Questa è occupata totalmente da Eva, una Tilda Swinton nata per il ruolo, dalla sua rabbia mal celata, dal suo senso di colpa, dal suo smarrimento.

Attraverso il suo sguardo annebbiato e confuso di sopravvissuta, il film ricostruisce per flashback le tappe di questo percorso di de-formazione. E uno degli elementi più interessanti del film è sicuramente la forza e l’incisività con cui vengono descritti certi momenti tra madre e figlio, soprattutto quando ad essere utilizzato è uno stile asciutto e senza sbavature. Perché, si dica subito, il film pecca spesso di eccessi figurativi, fastidiosi didascalicismi e forzature di vario genere. Si pensi all’esubero di riferimenti al sangue, al litchi-bulbo oculare masticato da Kevin, alle simbologie più o meno velate, come l’accecamento della sorellina Celia.

Mentre, invece, il film sprigiona i massimi livelli di tensione e tutto il suo senso di ineluttabilità proprio quando è più laconico e affida la scena a sguardi, silenzi, domande e risposte inespresse. Gli sguardi sono quelli della già citata Tilda Swinton, di John C. Reilly, perfetto nel ruolo del padre stolidamente bonaccione e del giovane Ezra Miller, specialista delle espressioni strafottenti e provocatorie. Un triangolo ad orologeria che, senza indulgere negli psicologismi, presenta con precisione tutti gli elementi di rischio dell’istituto familiare americano, e non solo, oggi: l’iperattenzione superficiale a cui corrisponde una sostanziale indifferenza emotiva, il cinismo e la rabbia difensivi, l’acting-out violento e la megalomania come espressione non verbale del disagio.

Si sarebbe dovuto concludere così, con le luci delle ambulanze e lo sguardo dei genitori sulla scuola, lo sguardo di Eva che si posa su quell’oggetto noto a difesa della porta. Sarebbe stato terribilmente eloquente, come terribilmente eloquente e intenso e spiazzante è tutto il film quando, come già detto, rimane su un registro di maggiore sobrietà. Ma non importa; nonostante qualche piccola defaillance E ora parliamo di Kevin è comunque un film potente e intelligente che cattura i sensi con le immagini perfettamente calibrate e il destabilizzante contrappunto sonoro. E attraverso i sensi arriva al pensiero. E lì si ferma, per restare.

Scritto da Barbara Nazzari.

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Edoardo P.
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