Rogue One

Che possibilità abbiamo? La domanda è: abbiamo scelta?

È la speranza il motore di questo nuovo squarcio nella galassia lontana lontana che Star Wars: Rogue One ci regala, come giustamente rileva Keisha Hatchett di The Mary Sue. Una speranza conquistata a caro prezzo, da un gruppo di stanchi, doloranti e reticenti eroi, guidati da Jyn Erso (Felicity Jones) e dal Capitano Cassian Andor (Diego Luna), che compiono un atto di apparente disperata follia nel cercare di recuperare i piani di un’arma che sembra invincibile, contro il parere del consiglio di guerra della ribellione, ormai convinto alla resa. Rogue One – con buona pace del CEO di Disney Bob Iver – è finora il più politico dei film della saga. Con meticolosa e commovente cura vengono ricreate quelle atmosfere decadute e logorate della prima trilogia di cui questo è il prequel più diretto, girato poco meno di quarant’anni più tardi. La somiglianza ricercata con la galassia “vecchia” di Episodio IV è sorprendente e a tratti quasi inquietante, soprattutto per le ormai note “comparsate postume” in CGI, un dettaglio ancora più terribile per chi, come la sottoscritta, ha visto il film solo qualche giorno dopo la partenza per un’altra galassia della nostra amatissima Carrie Fisher.

Rogue One è un film duro, che mostra allo spettatore il lato della ribellione contro l’Impero che nella prima saga restava solo in sottofondo: la perdita. La perdita degli affetti (il conto dei morti nel film è impressionante), la perdita dei luoghi amati e, in ultimo, la perdita della speranza di un futuro. Jyn Erso, l’eroina più recalcitrante della saga (dopo Han Solo) la conosciamo così: l’unica cosa che vorrebbe dopo che l’Impero, e poi la ribellione, le hanno sottratto i genitori, l’infanzia e ogni parvenza di normalità, è starsene per i fatti propri (“non è un problema se non guardi in alto”). Non crede nella causa a differenza di Cassian che vi ha dedicato la vita a scapito della propria integrità, non vuole altro che sopravvivere. Eppure è colei che lancia la più coraggiosa impresa della rivolta, quella che di fatto muoverà tutta la storia che verrà.

Rogue One è un film politico non solo perché ancora una volta sceglie di avere una protagonista femminile. E vale la pena ricordarlo a chi ha criticato il film per avere osato – dopo Rey del Risveglio della Forza – avere un’altra donna protagonista: vi fa impressione solo perché pensate che i protagonisti maschili siano neutri. Breaking news: no, non lo sono. E non è un film politico solo perché – finalmente – Felicity Jones è praticamente l’unica attrice bianca di un cast popolato da volti più o meno conosciuti che vanno dal capitano messicano di Diego Luna, al pilota con il volto dell’attore britannico di origine pachistane Riz Ahmed, al guardiano cieco del tempio interpretato dalla star delle arti marziali Donnie Yen. Rogue One è la storia di una banda multiculturale che si lancia in un’impresa di lotta collettiva, per trovare nel momento di massimo sconforto una scintilla di speranza per continuare a combattere. Una speranza di cui c’è molto bisogno, in questa e altre galassie.

Lucia T.Davide V.Giacomo B.Ilaria D.Sara M.
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