Nel sottobosco dell’horror indipendente americano del 2014, il boschivo Honeymoon dell’esordiente Leigh Janiak si ritaglia un posto di tutto rispetto lontano dai riflettori del grande schermo – e della distribuzione italiana – ma con sortite dalla penombra alla luce sia nelle tante classifiche dei “best horror” di fine anno, sia, soprattutto, in qualche festival, come il South by Southwest in Texas.

PIÙ PEAKS CHE PICCHI DI PAURA – Di vagamente mainstream, in un horror che trascorre con tensione crescente come un flusso d’inquieti e cupi pensieri, ci sarebbe il volto di Rose Leslie, la Ygritte di Game of Thrones, il cui affiatamento con l’altro protagonista, Harry Treadaway, è decisivo per la buona riuscita di un film che non punta davvero a lasciare senza fiato, fidando invece sul logoramento paranormale di un rapporto amoroso che diventa malfidato e sulle atmosfere sospese più che sulla suspense. Sospeso è pure il senso, in un epilogo che, dopo premesse a metà tra Twin Peaks e L’invasione degli ultracorpi, allude più che dire, confondendo i contorni del senso in un fascinoso controluce. Tom e Bea, freschi sposi, scelgono per la luna di miele il casotto di legno in Canada dei genitori di lei, tra il crocchiare delle foglie del bosco più fitto e il lago da cartolina, che si spera non diventi di sangue. La prima notte va benissimo – anzi, gli ormoni sono tali che non si aspetta nemmeno l’imbrunire per consumare; poi qualcosa consuma il rapporto, specie dopo una notte, meno riuscita, in cui alla sposina accade qualcosa di strano. Lei glissa, ma tra i due non è più tutto glassa: il marito prova a raccapezzarsi, sconcertato da alcuni atteggiamenti di Bea che sembrano alienati.

MEGLIO NORMALI CHE PARANORMALI – Solidissimo dal punto di vista tecnico, Honeymoon non abusa dei suoi pregi visivi – soggettive al momento giusto, close-up stranianti, immersivi movimenti di camera in un ambiente sottilmente minaccioso – per pura funzionalità al micro-budget, vale a dire: non sceglie di essere uno di quegli horror in cui non accade nulla solo per tirare ai cinque, concentrati minuti di svolta finale. Più dilatato che concentrato, punta a un effetto ansiogeno a medio termine, specie speculando – grazie anche a un buono script – sul senso di angoscia che può assalire una persona quando si accorge di non conoscere davvero il partner che ha scelto per la vita. Il viaggetto di nozze, così come certe calcate zuccherosità della prima parte, non sono, dunque, pretesti di cornice, bensì sostanziano la discesa dello sguardo spettatoriale nell’intimità, prima, e nell’incubo poi: dal normale al paranormale, in un rapimento graduale di tutte le certezze. Un po’ minimale, forse, ma decisamente sopra il minimo sindacale dell’horror attuale e con una Rose Leslie magnifica mina vagante.

Antonio M.
7